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“Studio un nuovo farmaco per il tumore al seno resistente alle terapie di prima linea”

Chiara Garulli, ricercatrice marchigiana sostenuta tramite il progetto Pink is good, studia un farmaco per i tumori al seno HER2-positivi resistenti alle terapie di prima linea

Una donna su otto nel corso della vita lo incontra nel percorso di vita, ed è la malattia oncologica più diffusa nel sesso femminile al mondo: stiamo parlando del tumore al seno. Per fortuna, grazie ai progressi della ricerca medica e scientifica,Chiara Garulli oggi la sopravvivenza per il tumore al seno è dell’87%, percentuale che può arrivare fino al 98% se diagnostica in fase iniziale e trattato tempestivamente con le terapie più adeguate. Tuttavia, non tutti i tumori al seno sono uguali. Lo sa bene Chiara Garulli, giovane biologa marchigiana, una dei 20 ricercatori sostenuti nel 2015 nell’ambito di Pink is good, il progetto di Fondazione Veronesi dedicato alla ricerca e alla prevenzione del tumore al seno. Chiara lavora all’Università degli Studi di Camerino, in provincia di Macerata, nel laboratorio diretto dal Professor Amici, dove sta sviluppando una ricerca su un particolare sotto-tipo di tumore al seno, quello positivo a HER2.

HER2 è una proteina presente ad alti livelli sulle membrane delle cellule mammarie tumorali; questa proteina risponde ai fattori di crescita stimolando la cellula a dividersi, e sostenendo quindi la proliferazione del tumore. Il 20% dei tumori al seno invasivi sono positivi a HER2, e rappresentano un sotto-tipo particolarmente aggressivo. Esistono delle terapie intelligenti a base di anticorpi monoclonali, come il Trastuzumab, e di inibitori selettivi, come il Lapatinib, che riconoscono specificamente la proteina Her2 delle cellule tumorali. Queste terapie sono molto efficaci e hanno rivoluzionato il trattamento dei tumori al seno HER-2 positivi, al punto che ora sono considerate la prima scelta terapeutica. In alcuni casi, però, le cellule tumorali sviluppano resistenza ed è necessario quindi continuare a ricercare nuovi opzioni terapeutiche, come sta facendo Chiara.

Chiara, di cosa si occupa nel dettaglio la tua ricerca?

«Il mio obiettivo è testare l’attività antitumorale del farmaco Saracatinib in tumore al seno che possiedono una forma mutata della proteina HER2, chiamata HER2-delta16. Questa mutazione viene acquisita solo dalle cellule maligne ed è responsabile della resistenza alle terapie di prima linea. Her2-delta16 stimola in maniera continua l’attività di altre proteine oncogeniche, tra cui Src. Il farmaco che sto studiando va a bloccare proprio la proteina Src, togliendo quindi la “benzina” alle cellule tumorali resistenti che esprimono HER2-delta16. L’obiettivo del progetto è verificare gli effetti in vivo, in un modello murino di tumore al seno HER2delta16 che rappresenta quello che accade anche nelle pazienti. Gli obiettivi a lungo termine sono quelli di verificare se il Saracatinib possa essere utilizzato come nuovo farmaco per trattare le pazienti affetti da tumore al seno positivi a HER2delta16 e resistenti alle terapie di prima linea».

Quando è nata la tua passione per la scienza e per la ricerca?

«Il mio percorso scientifico è cominciato controvoglia, quando ho cominciato senza grande convinzione ho cominciato il liceo scientifico. I miei genitori, entrambi insegnanti, mi hanno incoraggiata, perché convinti delle mie capacità e del fatto che la costanza arriva con la maturità. Infatti ho frequentato brillantemente il liceo, dove mi sono appassionata alla biologia e alle biotecnologie, e ho capito che la scienza era la mia strada. Sicuramente senza la spinta dei miei genitori oggi non sarei qui».

Chiara, come passi il tempo libero fuori dal laboratorio?

«Sono quasi due anni, da quando sono diventata mamma, che non ho più tempo libero. Prima di avere Arianna ero appassionata di illustrazione per l’infanzia e nel cassetto ho anche qualche progetto da tirare fuori in tempi più tranquilli».

Un momento della tua vita professionale che vorresti incorniciare e uno invece da dimenticare

«Da incorniciare sicuramente la mail della Fondazione Veronesi che mi informava del sostegno al mio progetto. Da dimenticare, nessuno: gli insuccessi fanno parte della ricerca, e molto spesso sono ottimi punti di partenza per qualcosa di nuovo».

Come ti vedi fra dieci anni?

«Questa domanda è particolarmente difficile. Mi vedo in una famiglia felice, disordinata e allegra. Professionalmente spero di riuscire a ritagliarmi un posto nella ricerca, ma anche se mi impegnerò al massimo per questo visti i tempi che corrono non ne posso essere sicura».

Cosa ti piace di più della ricerca?

«Ogni giorno è una sfida, è un lavoro sempre nuovo, sempre diverso, fatto di discussioni con gli altri e di idee originali da mettere in pratica».

E cosa invece eviteresti volentieri?

«La burocrazia e le perdite di tempo… sono sempre troppe!».

Quali pensi che sarà l’applicazione scientifica più promettente per la salute nei prossimi anni?

«Io scommetterei sulla medicina personalizzata a misura del singolo paziente, grazie al sequenziamento del genoma».

Qual è per te il senso profondo che ti spinge a fare ricerca ogni giorno?

«Nel mio cuore c’è ancora quella ragazzina che ha in testa un mondo della ricerca in cui tutti si impegnano per allargare la conoscenza umana e sconfiggere le malattie. Anche se la realtà è un po’ più complicata, quella ragazzina c’è ancora in me. L’importante è trovare nuove strade per le persone che stanno male e che confidano in noi».

Fonte fondazioneveronesi.it

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