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Non è colpa mia, sono una donna

Di Caterina FRANCHINA

Con l’8 marzo si è spento di fatto il fiume di retorica che ci travolge inesorabilmente ogni anno nel giorno che il calendario dedica alle celebrazioni  nel nome della donna.
In ogni dove si sono sprecate manifestazione all’insegna della mimosa, il fiore dai grappoli gialli profumatissimi simbolo della vittoria sulle discriminazioni, sulle violenze e sugli sfruttamenti che nel corso della storia hanno dovuto subire le donne. Le donne effettuarono la scelta di questo ramettino giallo perché, oltre a fiorire in questa stagione, rappresentava meglio di ogni altro fiore con la sua semplicità e la sua energia quello che le stesse volevano fosse il significato della manifestazione dell’8 marzo.
Eppure, passate quelle 24 ore a tinte rosa, sembra spegnersi inesorabilmente qualsiasi ragione di discussione, dibattito e vero confronto propedeutico alla risoluzione di problemi che possa di fatto rendere inutile l’8 marzo dell’anno successivo altresì da dedicare semplicemente alla celebrazione di una vita degna di essere vissuta. Le rilevazioni Istat sciorinano dati agghiaccianti:
per quanto riguarda la violenza domestica sono stimate in 6 milioni 743 mila le donne da 16 a 70 anni vittime di violenza fisica o sessuale nel corso della vita (il 31,9% della classe di età considerata). 5 milioni di donne hanno subito violenze sessuali (23,7%), 3 milioni 961 mila violenze fisiche (18,8%). Circa 1 milione di donne ha subito stupri o tentati stupri (4,8%).
Il 14,3% delle donne con un rapporto di coppia attuale o precedente ha subito almeno una violenza fisica o sessuale dal partner, se si considerano solo le donne con un ex partner la percentuale arriva al 17,3%. Il 24,7% delle donne ha subito violenze da un altro uomo. Mentre la violenza fisica è più di frequente opera dei partner (12% contro 9,8%), l’inverso accade per la violenza sessuale (6,1% contro 20,4%) soprattutto per il peso delle molestie sessuali.
Gli autori delle violenze sessuali sono italiani in più di sei casi su dieci. Il ministero dell’Interno ha detto che gli autori di stupro sono di nazionalità italiana nel 60,9% casi. Solo il 7,8% dei violentatori, invece, è romeno, mentre il 6,3% è marocchino. Il ministero precisa poi che le vittime sono donne nella gran parte dei casi (85,3%) e che nel 68,9% dei casi sono di nazionalità italiana. La cosa più grave è che ci siano delle violenze perpetrate nel nome di una cultura o presunta tale che ormai da tempo rende l’essere donna una colpa per nascita. Tutto questo e molto di più è stato ben spiegato dalla dottoressa Annalisa Farinello nell’ultimo degli appuntamenti dedicati al progetto “La Famiglia”, tenutosi l’8 marzo nell’Auditorium della Scuola Manzoni di Creazzo, frutto di un’iniziativa promossa dall’assessorato agli interventi sociali e dalla commissione per le pari opportunità del Comune di Creazzo.
In quest’ultimo incontro dedicato alla donna immigrata, la multiculturalità, l’integrazione e gli effetti dell’infibulazione, mutilazione del corpo femminile, molti sono stati gli spunti di riflessione per capire una volta di più che molto è stato detto, ma molto poco è stato fatto. Come ha ben spiegato la psicoterapeuta nella sua dissertazione a proposito dell’infibulazione: “attraverso questa pratica i rapporti sessuali sono impossibilitati fino alla defibulazione, ovvero alla scucitura della vulva, che effettua direttamente lo sposo la notte del matrimonio. I genitori credono di aver fatto un atto giusto e di amore verso le figlie. Le bambine una volta date in spose non correranno il rischio di venire ripudiate. Così la donna arriva al matrimonio intatta e questa barbara tradizione si perpetua perché le madri desiderano che anche le loro figlie la subiscano per non essere rifiutate dalla società. Se non sei escissa non hai amici, non hai diritto a farti corteggiare da nessun ragazzo, non puoi comportarti da donna… Così si continua: 100 / 130 milioni nel mondo denuncia l’oms, ogni anno 2 milioni in più, in Africa, in Europa, negli Stati Uniti, ovunque. PROBLEMA CHE RIGUARDA ANCHE IL NOSTRO VENETO PER LA PRESENZA DI IMMIGRATI DI RELIGIONE MUSULMANA. SOPRATTUTTO PROVENIENTI DALL’AREA DEL CORNO D’AFRICA IN CUI LA PRATICA E’ MOLTO DIFFUSA.  PER PREVENIRLO E CONTRASTARLO DUE FASI: LA PRIMA RIGUARDA UN’ANALISI DEL PROBLEMA NEL VENETO RISPETTO ALLE ETNIE PRESENTI AL FINE DI SENSIBILIZZARE IL MONDO DELLA SCUOLA IN CUI SONO PRESENTI BAMBINE DI RELIGIONE MUSULMANA PER SRADICARE QUESTA BARBARA USANZA. LA SECONDA FASE INTERESSERA’ LE ULSS, I MEDICI DI BASE, LE ASSOCIAZIONI DEI GINECOLOGI, GLI AMBULATORI CHE SEGUONO DAL PUNTO DI VISTA GINECOLOGICO LE DONNE EXTRACOMUNITARIE, PER PROGRAMMI SPECIFICI DI PREVENZIONE E CURA.” Questa è cultura o è solo una terrificante pratica tribale tesa a ribadire la superiorità dell’uomo sulla donna ed ad annullarne la sua identità per sempre nel nome del dolore? Attenzione però, non guardiamo solo all’Africa come emblema di una violenza esasperata nei confronti del genere femminile, perchè altre novità si profilano nell’orizzonte rosa della storia dei popoli: nello Stato dell’Utah, parliamo dei civilissimi USA,  dopo un deplorevole fatto di cronaca si è arrivati alla conclusione che se il proprio feto muore la donna sia una omicida. La cronaca racconta che incinta di 7 mesi, la teenager diciassettenne della contea di Uintah, ha offerto 150 dollari a un uomo affinché la aggredisse e sperando che i colpi ricevuti le provocassero un aborto spontaneo. Il piano è fallito, il bambino è nato lo stesso e l’uomo adesso è dietro le sbarre. Ma in questo momento nella legislazione dello stato conservatore, a maggioranza mormone, non esiste una legge che possa incriminare la ragazza. Allora i parlamentari dello Utah hanno ideato questa nuova legge che non solo punisce le donne incinte che intenzionalmente si procurano un aborto, ma anche quelle che, conducendo uno stile di vita “imprudente”, sono vittime di un’interruzione di gravidanza spontanea. Essere donne, è chiaro, sta diventando per questa società “civile” una colpa penale.
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