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Addio a Valerio Pisano,il re di “Cantando e Ballando”.


VENEZIA / “La gente in tv vuole pane e salame. E io quello faccio: pane. E salame”. accompagnava la sua dichiarazione-manifesto da sotto i baffoni neri con gesti inequivocabili, una mano piatta a mimare il tagliere, e l’altra ad affettare vigorosamente. Lo potevi vedere chiaramente quel salame, materializzarsi: fosse una soppressa, un culatello casereccio, o una salamella mantovana. Da accompagnare ad un rosso semplice e vivace.
Valerio Pisano in fondo era così, un “rabosello”, facile da bere, come la musica che accompagnava la sua “tv pane e salame”, un liscio popolare e un po’”turbo-folk”, ma non troppo. Un liscio che Valerio, morto alla vigilia di Ferragosto all’ospedale di Mestre, non esitava a definire come “da sagra”.
Valerio (Valeriano) Pisano era un imprenditore-autore-manager-presentatore. Dire che nelle tv locali del Nord Italia fosse noto è limitativo: era di fatto parte del paesaggio dell’etere delle private. Era passato ovunque, dalla Lombardia al suo Veneto, da Telelombardia a mille altre, e da moltissimo tempo prima a Serenissima Tv ed infine alla sua trasformazione in syndication nazionale, Canale Italia. Qui, declinata in mille modi e mille titoli, con dirette e centinaia di repliche, faceva la sua trasmissione “”. La formula, per restare fedele al suo diktat “pane e salame per tutti”, era sempre quella: portare le orchestre della sua “scuderia”, che dominavano le sagre del Nordest (con un bacino di pubblico già più che assicurato) in televisione, farle suonare, farle scherzare con la gente. Poi mischiarle con nomi notissimi per chi è avvezzo a quel mondo particolare delle feste di piazza, migliaia di occasioni di incontro poste nel mezzo di quelle che Paolo Rumiz definisce “le triangolazioni dei campanili” della pianura Padana. Nomi come Orchestra Bagutti, Matteo Tarantino, Titti Bianchi e veramente tanti altri. Gente che, come ricordava sempre Valerio “fa 3000 persone ogni sera in piazza, altro che!”.
Pisano era un uomo di affari. Voleva fare soldi con il proprio lavoro, come tutti. Ma lui lo diceva, alla sua maniera: “Io voglio schei, capito direttore? Schei”.
Lo schema pane & salame funzionava bene, altro colpo di genio le crociere: si affitta un gigantesco bastimento, si imbarcano le orchestre, qualche dicitore di barzellette, un paio di presentatori, e il gioco è fatto: di solito il tutto esaurito di crocieristi non mancava mai.
Sia chiaro, anche in tv la sua formula funziona, dati auditel alla mano. Certo, ineccepibilmente, critici televisivi come Davide Maggio non potevano accettare quel mondo, nè folklore da “Viaggio nella valle del Po” di Mario Soldati, nè la musica pop scavata da Edmondo Berselli. Relegato quindi nella gabbia del kitch. Ma altri, come Aldo Grasso, riconoscevano sul Corriere della Sera il ruolo del liscio di come “programma di punta” di una “realtà televisiva di tutto rispetto”. Un’altra Italia, tenace, restia a scomparire, tutt’altro che semplice da comprendere. E numerosa.
Chi non è dell’ambiente difficilmente identifica il nome di Valerio Pisano con un personaggio televisivo. Ma alla prima descrizione eccolo comparire, di nuovo, “Ah certo, quello con i baffoni del liscio di Canale Italia”. Dove la sua presenza si sentiva, eccome. Dall’urlo in regia “Rauuuuuuuuliiiiii” (il suo sventurato referente tecnico e vittima predestinata), alle sue sfuriate. Alla litania quotidiana, una sorta di obbligo: “Domani, credimi, direttore, questi non mi vedono più”. Con il baffo che il giorno dopo si affacciava: “Come siamo andati?”. Bene, come al solito, Valerio. Subiva “le idee” che gli venivano ciclicamente imposte come “novità”, per svecchiare il programma, allargando le braccia: “Tanto lo guardano se la musica piace e ci sono i pezzi giusti”. E, come sempre, aveva ragione, sapeva lui quali erano i “suoi” pezzi “giusti”, il “suoi” presentatori, per il “suo” pubblico. Puntualmente si ritornava al “vecchio”: “Rauli, metti il video, poi le sagre”.
Sembrava eterno, quasi come i suoi capelli, sempre più folti e sempre più neri. Ma erano l’unica cosa non “vera” del personaggio. Vero era il suo mestiere, le sue litigate con i cantanti, i suoi scatti d’ira (“Continua ad insultarci da lassù, continua a far casino, noi ti ascolteremo comunque, per sempre” – scrivono i tecnici della televisione su Facebook”).
Non merita un ricordo sdolcinato, nè troppa retorica. Meglio qualcosa di semplice, come il ritmo in levare delle sue orchestre. In fondo, cosa c’è di meglio del “pane e salame” se si ha fame?
Angelo Cimarosti
fonte: youreporternews.it

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