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CHI ARRIVA, CHI PARTE, CHI TORNA. A CREAZZO SI E’ TENUTA LA 10a GIORNATA DEL MIGRANTE


Di Michael Knapton. Nell’Auditorium di , il pomeriggio di domenica 27/11, si sono intrecciati racconti di migranti di diverse generazioni. Chi lasciò l’Italia del secondo dopoguerra per l’Australia, salvo poi rientrare. Chi, figlio d’italiani emigrati in Argentina negli anni del dopoguerra, vide meglio il futuro in Italia. Chi è venuto nell’Italia di fine ’900-inizio ’2000, dallo Sri Lanka, dal Burkina Faso, dalla ‘vicina’ Romania. Ma anche chi, in anni recenti, ha lasciato l’Italia della precarietà e della disoccupazione giovanile per il Brasile. Alle parole dei testimoni s’è alternata la musica, suonata e cantata da più di 60 ragazzi delle classi terze della Scuola Media, e da musicisti del Canzoniere Vicentino. Musica dolce e amara, come le esperienze di vita raccontate.
Dal vissuto dei testimoni è emersa un’esperienza fondata prima di tutto sulla speranza, sulla volontà di una vita migliore, su un progetto. Vai lontano, ricominci da capo con la lingua, le usanze, le amicizie, costruisci il tuo destino. Cerchi una società più giusta verso le donne; porti un figlio piccolo con difficoltà motorie dove troverà cure adeguate; vai dove potrai apprendere un buon mestiere, o trovare il lavoro che dopo anni di studio e sacrificio l’Italia non ti offre. Una volta arrivato, ad attenderti un misto fra accoglienza e pregiudizi. Nell’Australia del secondo dopoguerra non si guardava benissimo agli italiani, braccia necessarie in un paese ricco di risorse e povero di abitanti, ma anche figli di una nazione nemica fino al ’45, e portatori della fede cattolica poco amata dalla cultura religiosa dominante, quella protestante. Talvolta spostarsi comporta sacrifici amari – perfino non poter portare con te il figlio, anche se fai l’impossibile per riuscirci. I figli, poi: crescono con gli usi e i valori del paese nuovo, magari lasciando perplessi i genitori. E’ un bel cambiamento per un adolescente, passare in un mese o due dal minimo risicato per il sostentamento, ma in mezzo a tanti parenti, a possedere due-tre telefonini ma non vedere più quei parenti.
Promossa dall’Associazione Spazio Aperto, sostenuta da Comune, Parrocchie e Cassa Rurale di Brendola, la manifestazione è stata presentata e moderata da Jenny Tessaro, giornalista esperta dei temi della migrazione, che ha intessuto domande e riflessioni nel dialogo con i testimoni. Ha rievocato un Veneto contraddittorio. Prima, luogo d’origine di alcuni milioni di emigranti partiti nel secolo fra 1870 e 1970 circa, spesso malvisti dove approdarono. Poi, esso stesso destinazione d’immigranti, accolti da molta solidarietà ma anche da molta diffidenza. Infine, di nuovo terra che si lascia: lo fanno giovani italiani, ma anche immigrati di ieri, magari nel frattempo divenuti cittadini italiani, che vedono cupo il futuro qui. Rispetto ai numeri, la giornalista ha privilegiato il lato umano, e ha anche collegato i racconti della giornata con domande di portata più generale, che richiamano la politica dei rapporti fra nazioni verso principi etici. Domande anche ben note, come: “Perché l’Africa è il continente più ricco di risorse ma più sciagurato per chi ci vive?”. Domande cui per ora gli stati – che siamo tutti noi – non danno le uniche risposte veramente giuste: non spiegazioni delle cause, ma azioni risolutive fondate sull’equità, il rispetto, la condivisione, così da azzerare anche la domanda stessa. Spazio Aperto

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