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L’Italia in apnea. Gli Italiani ,indignati, non ci stanno e scendono in piazza. Berlusconi “trema”


ROMA – Piazza della Repubblica è già piena poco dopo mezzogiorno. Arrivano in massa: studenti, precari, rappresentanti dei partiti. Operai, esponenti dei collettivi, sindacati di base. Dopo ore passate in treno o sugli autobus. Microlotte. Microfratture nel tessuto sociale del Paese. Che oggi si uniscono in un fronte comune. Per lanciare un’alternativa di sistema: ripensare il modello di sviluppo, abolire l’egemonia della finanza e del mercato, costruire una nuova politica. Basata sulle esigenze delle persone e non su quella delle banche e delle istituzioni economiche sovranazionali. E le etichette vanno strette a tutti: “Non siamo , non siamo il popolo del no, non siamo l’antipolitica”. Ma le uniche energie disponibili per “portare l’Europa e l’Italia oltre la crisi”.

Arrivano da ogni città del Paese. Ogni gruppo con la propria battaglia. I No Tav, i No dal Molin, sono tra i primi a occupare in modo pacifico la piazza. Ragazzi, certo. Ma anche molti genitori. “Sono qui con i miei figli perché credo nella loro battaglia, nel loro impegno”. L’orizzonte, la prospettiva è comune a molti: trasformare l’indignazione, renderla il carburante per elaborare e disegnare nuovi scenari politici. “Basta con le sigle, abituiamoci a pensare che siamo persone, individui che mettono insieme esperienze, conoscenze”. Una rete. Tenuta insieme anche dal disagio e dalla stanchezza per le politiche del governo Berlusconi. E che, con le strade di Roma sullo sfondo, cerca un primo, reciproco, contatto. “E’ solo il primo passo per un cammino comune”.

“La nostra indignazione non è un dato nuovo, dura da più di un decennio”, dice Nunzio, 31 anni, laurea in lingue, precario e con la voglia di lasciare l’Italia. “La situazione della mia generazione è diventata insostenibile”. E se ne esce solo “con un’azione capillare, diffusa”. Se ne esce solo dando vita a un “movimento critico, che si opponga alla classe politica e quella economica”. Una lotta dal basso per “influenzare e cambiare la classe politica: perché solo così possiamo rendere concreta l’alternativa”. Senza paura per il confronto: “Conosciamo le dinamiche sociali che scorrono in profondità meglio di chi ci governa. Le abbiamo studiate, le viviamo sulla nostra pelle.E vogliamo contribuire a cambiarle”.

La piazza si anima. Una decina di ragazzi entra nell’atrio dell’Hotel Esedra. Sale rapidamente le scale, raggiungendo l’ultimo piano. Hanno con se uno striscione, cercano di calarlo, di mostrarlo a tutti. Ma vengono fermati. E sempre più spezzoni si aggiungono al corteo. Anarchici, associazioni di volontariato, Ong. La speranza è unica. “Spero che cambi il sistema. E quella di oggi è un’occasione”, dice Lucilla, volontaria dell’associazione A Sud. Ripensare il proprio stare insieme, elaborare un nuovo senso di comunità. “Il sistema è profondamente ingiusto, pagano sempre i soliti”. Poi Maria, 30 anni, un contratto a termine con il Parlamento Europeo per organizzare seminari alla Sapienza: “Certo, quando vivo giornate come questa la voglia di restare in Italia si rafforza. Ma a fine mese la mia voglia di restare non mi serve a pagare l’affitto”.

L’arrivo degli studenti provenienti da piazzale Aldo Moro è accolto da un boato. Gli operai dei sindacati di base li guardano con un sorriso, fanno segni di approvazione con il capo. Poi si lasciano andare ad un lungo sfogo. “Oggi il sentimento principale è la gioia di ritrovarsi. Ma portiamo addosso un sacco di rabbia. Le nostri condizioni di lavoro peggiorano giorno dopo giorno nell’indifferenza generale”. Ma “vogliamo trasformare tutta questa energia negativa in qualcosa di utile, in politica. Vogliamo vivere nell’Italia dei lavoratori, non nell’Italia dei faccendieri. Vorremmo che chi Silvio Berlusconi, invece di sorridere provasse una sana vergogna: sta sabotando la nostra democrazia giorno dopo giorno”.

Poi i partiti. Anche loro in piazza. Nonostante le accuse di essere una casta. Nonostante la litania ripetuta da tante parti del movimento: “Non vi vogliamo”. Ma leader, dirigenti e militanti, portano un semplice messaggio. “Siamo qui per ascoltare, con umiltà. Sappiamo che le forme della politica vanno ripensate che i partiti e i movimenti organizzati non bastano più”, dice Peppe De Cristofaro, ex parlamentare ed esponente di Sinistra e Libertà. “Ci chiedono un’inversione di rotta radicale: criticano in modo feroce il centrodestra e non risparmiano accuse al centrosinistra”. Ma non si tratta di “antipolitica: ci chiedono di ripensare la delega e la rappresentanza. Ed è l’unico modo che i partiti hanno per far fronte alle nuove istanze sociali”. Poi tutti in cammino. Verso piazza San Giovanni. Musica, marionette, striscioni, happening improvvisati ai lati delle strade. Per stabilire un contatto reciproco. E per mostrare al Paese che l’altra Italia è già in movimento.
C. Saviano
(fonte Repubblica.it)

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